Le militanti anticolonialiste africane dimenticate della storia

Patrice Lumumba, Thomas Sankara, Haile Selassie, Samory Touré. Chi non conosce queste figure anticolonialiste che hanno segnato il periodo della decolonizzazione della storia africana? Sentiamo spesso parlare degli uomini anticolonialisti e che dire delle donne ? Sfortunatamente, la partecipazione delle militanti anticolonialiste africane rimane sottovalutata.

Hannah Kudjoe

Hannah Kudjoe fu una delle figure importanti dell’indipendenza della del Ghana. Il suo incontro con Kwame Nkrumah nel 1947 fu decisivo poiché un anno dopo iniziò la sua carriera politica. Quando i fondatori del partito indipendentista del UGCC (United Gold Coast Convention) furono arrestati, condusse una campagna per il loro rilascio. Dopo l’indipendenza del paese nel 1957, Hannah costituì una lega femminile All-African Women’s League e partecipò ad altre attività femministe. Negli anni Sessanta, fu responsabile nel governo Nkrumah della creazione di asili nido e scuole dell’Infanzia. Dopo il colpo di stato del 1966 contro Nkrumah, Hannah sparì della memoria collettiva. Queste sono state le sue ultime parole in pubblico, due giorni prima della sua morte, quando fu ospite d’onore a un evento della Festa della Donna in un’associazione di Accra (in inglese) :

«Somewhere in June 1947, we received a charming gentleman, he was introduced to me by my brother as Kwame Nkrumah, General-Secretary of the UGCC. During the day, my brother went out with Nkrumah to address various meetings of the local UGCC branch in town. . . . One day, as they came back and I was serving Kwame Nkrumah, he asked me why I have not been attending the UGCC meetings in town. I was amazed by his question and I honestly told him I thought politics was only men’s business. For the next twenty or so minutes, Kwame Nkrumah explained to me all they were doing and the importance of everybody, especially women, to get involved. By the time Kwame Nkrumah left. . . my interest was aroused in politics. At work, I began explaining issues to my colleague seamstresses and customers. Whenever I was traveling to visit my dressmaking clients, I talked on trains about the need for our liberation and urging people to join the Tarkwa branch of the UGCC and summoning people together to hear news of the campaign for self-government.»

Djamila Bouhired

Jamila Bouhired fa parte delle militanti anticolonialiste famose del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). Da piccola, Jamila Bouhired si oppose alla colonizzazione. Jamila venne iscritta a una scuola francese e gli alunni dovettero cantare un inno con le poche frasi “La Francia è la nostra madre”. Jamila invece cantava “L’Algeria è la nostra madre”, il che le valse severe punizioni. A 19 anni, Jamila partecipò al Fronte de Liberazione Nazionale fu parte della “rete delle bombe”. L’anno 1957 coincise con il suo arresto per dei documenti che portava con sé e che dimostravano la sua appartenenza all’FLN. Fu poi torturata e stuprata dai militari francesi. Nel luglio 1957, fu condannata a morte e il suo avvocato Jacques Vergès pubblicò un manifesto per il suo rilascio.

Il sostegno per il suo rilascio supera i confini. Nel 1958 uscì il film Jamila l’algerina, realizzato da Youssef Chahine. La cantante libanese Fairuz le dedicò una canzone, Lettera a Jamila Bouhired. Leader di governo come Gamal Abdul Naser e Jawaharlal Nehru ne chiesero il rilascio. Grazie a questo sostegno internazionale, Jamila Bouhired fu rilasciata nel 1962.

Nell’aprile 2019 partecipò a una delle marce studentesche contro il rinnovo della candidatura di Abdelaziz Bouteflika alle elezioni presidenziali.

In un’intervista al giornale As-Safir disse : «Sono ancora una ribelle perché la donna araba deve portare un’ascia nel braccio destro per costruire, e versare una lacrima nella speranza di commuovere gli uomini della nazione.» (Assafir, 26 gennaio 2009). Tanto coraggio e audacia si ritrova anche tra uno delle attivisti anticolonialiste africane che affrontò l’oppressione e la violenza coloniale, Aoua Keïta.

Aoua Keïta

Aoua Keïta fu una militante anticolonialista ed una ostretica maliana. Aoua Keïta, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non era una femminista. Nel 1923, Aoua Keïta si iscrisse alla scuola femminile e continuò i suoi studi alla scuola medica di Dakar. Qualche anni dopo, iniziò la sua carriera come ostetrica a Gao. Per creare legami con la gente del posto, aprì un negozio di cucitura. Fu sempre più sollecitata per assistere nelle parti. Il suo know-how, che combinava costumi tradizionali e conoscenze mediche, contribuì molto alla sua reputazione.

Aoua si interessò sempre più alla politica e sotto questa influenza politica, si iscrisse Sudanese Union-African Democratic Rally (US-RDA), un partito politico anticoloniale. Con gruppi di donne, percorrono i villaggi per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla partecipazione alle elezioni parlamentari. Con gruppi di donne, percorrono i villaggi per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla partecipazione alle elezioni parlamentari.

«Per più di 12 anni fu perseguitata sistematicamente dalla vendetta di un’amministrazione disperata che, incapace di licenziarla, le inflisse numerosi soprusi, rimproveri, sanzioni e trasferimenti nelle zone più remote della colonia, per non parlare dell’espulsione temporanea dal Sudan (Mali). Un gruppo di personalità – tra cui l’ispettore sanitario dell’AOF (Africa occidentale francese), direttori di ospedali, colleghi di lavoro e vari conoscenti – lo incoraggiano a smettere di fare politica.»

Aouasi si impegnò anche nel mondo del lavoro. Nel 1957, creò con Aissata Sow, l’Union des femmes salariées de Bamako (l’Unione delle stipendiate di Bamako) che mirava a dare alle stipendiate una voce politica. Nel 1962, partecipò alla redazione di un Codice del matrimonio e della tutela del Mali che garantisce diversi diritti: il consenso di entrambe le parti (art. 10), il divieto di ripudio (art. 58), una soglia limitata per la dote (art. 3).Nel 1967 venne destituita dal potere e raggiunse il marito in Congo, dove continuò a lavorare per la causa delle donne. Pubblicò la sua biografia nel 1975 e morì nel 1979.

Lasciamo l’Africa occidentale e andiamo più a sud, dove anche delle militanti anticolonialiste come Bibi Titi Mohamed si sono impegnate per il miglioramento delle condizioni della donna.

Bibi Titi Mohamed

Bibi Titi Mohamed è una delle militanti anticolonialiste che hanno dedicato la loro lotta contro il colonialismo, oltre a migliorare le condizioni delle donne. Nacque nel 1926 a Dar es Salaam, la più grande città della Tanzania. Era la sua madre che la influenzò molto nella causa femminista. Il 1950 fu l’anno del suo debutto in politica. Con Julius Nyere creò il partito politico The African National Union of Tanganyika, che lotta per l’indipendenza del Tanganyika (ex paese dell’Africa orientale che divenne la Tanzania). Creò anche la sezione femminile del partito chiamata Umoja wa Wanawake wa Tanzania e nel giro di pochi mesi riuscì a convincere più di 5000 donne a unirsi al partito. Questa sezione contribuì a far conoscere la lotta anti-coloniale tra le donne e ad avere una più forte mobilizzazione per questa lotta.

Dopo aver ottenuto l’indipendenza, Bibi Titi Mohamed continuò ad essere coinvolta in politica a diversi livelli, occupandosi dello sviluppo del governo locale, creò altre organizzazioni politiche femminili per incoraggiare la loro mobilizzazione e il loro coinvolgimento nell’arena politica.

La perdita del suo seggio in Parlamento nel 1965 segnò la fine della sua carriera. Si dimise due anni dopo e era accusata di aver partecipato a un complotto per rovesciare il governo di Nyerere, condannandola all’ergastolo. Nel 1972, con il grazia del presidente, Bibi Titi Mohamed fu liberata e scomparve dalla scena politica. È rimasta una figura femminista e anticoloniale di spicco che lavorò per tutta la sua carriera politica per l’indipendenza della Tanzania e lo status delle donne.

Vera Chirwa

Una donna eccezionale che rischiò la vita per i cittadini del suo paese come molte altre militanti anticolonialiste. Chirwa fu un’attivista per i diritti umani e avvocatessa malawania. Iniziò la sua carriera con la fondazione della sezione la Nyasaland African Women’s League e lavorò con il partito politico del Nyasaland African Congress (Congresso african del Nyasaland) per ottenere l’indipendenza del paese.

Il partito politico del Congresso africano del Nyasaland diventò il partito del Congresso del Malawi nel 1959. Nel 1961, questo partito vinse le elezioni legislative e il marito di Vera Chirwa divenne una figura emblematica nel governo, come Ministro della Giustizia e Procuratore Generale. Ma le cose peggiorarono e Vera Chirwa e il suo marito furono costretti a lasciare il Malawi e andarono in esilio in Tanzania. Nel dicembre 1981, sono stati rapiti da membri delle forze di sicurezza del Malawi. «Sono detenuti in condizioni disumane, privati delle cure, malnutriti, rinchiusi nelle loro celle, incatenati di notte, senza contatto.»

Nel gennaio 1993, Vera Chirwa venne liberata e fondò l’organizzazione Malawi Carer, che offre consulenza legale gratuita, programmi educativi per le donne e si occupa anche della lotta contro l’AIDS. Nel 2000, Vera Chirwa venne nominata dalla Commissione africana per i diritti umani e dei popoli come relatore speciale sulle prigioni e le condizioni di detenzione in Africa.

Una storia da insegnare e da celebrare

Molte altre militanti anticolonialiste contrassegnarono il periodo coloniale come Meriem Belmihoub, Margaret Ekpo, Funmilayo Ransome-Kuti, Djamila Bouazza, Touria Zekkat e così via. Si potrebbe pensare che queste donne che sono state coinvolte nel miglioramento delle condizioni delle donne possano essere considerate come attiviste anticoloniali e femministe.

«Hanno sopratutto dimostrato la capacità delle donne di resistere all’ordine coloniale con il loro impegno politico. A questo livello, sono le nostre “eroe”. Non hanno messo in discussione l’ordine patriarcale, dice il sociologo Fatou Sow, in un’intervista per Tiers Monde (nome molto discutibile).»

La guerra d’Algeria è il periodo in cui le militanti anticolonialiste sono più visibili. Nelle mie ricerche, è stato abbastanza difficile trovare informazioni dense e precise sul background di molte militanti quando non erano coinvolte in questa guerra. Questa situazione ci mostra quanto sia importante commemorare la memoria di queste donne che hanno rischiato la vita per la liberazione dei loro paesi. E poi, i percorsi di queste militanti anticolonialiste ci mostrano anche che la narrazione è dominata dalla presenza degli uomini, che questa mancanza di rappresentatività sottolinea il fatto che una parte della storia è stata dimenticata e che è tempo di onorarla.

Autrice

Creatrice del blog People Racializadas, condividendo vari ritratti di persone donne di colore e temi di attualità. Potete seguirmi su Instagram.

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